CUORICINO

rivendico l’amore dato a cazzo*
e ogni tuo ossicino della mano
l’ortografia sbagliata e l’imbarazzo.
il non sapere bene cosa fare:
parolacce per rompere il ghiaccio?
un pranzo? un pacco? un messaggino?

ti sento remoto. cuoricino.
lontano e vicino. un terremoto
di troppe cose di cui non sai parlare.
un calamaro disastrato in mezzo al mare.
ti sento palpitare qui vicino
e intanto sprofondare nell’abisso

di troppe cose da dimenticare.

*verso rubato per troppa passione a una poesia di Valentina Diana, poeta, drammaturga e scrittrice che amo.

è bello innamorarsi di un poeta?

molto più bello è farlo innamorare,
provaci tu e lo vedrai sbocciare:
da mesto anacoreta di sintassi
a atleta del fare e del baciare.

non spaventarti se colto da epistassi,
si leva la casacca intellettuale,
ti salta addosso peggio di una bestia
esposta a un baraccone medioevale.

questa è la prassi:
questa è la scissione:
tra testa e terra, metrica e metrò,
cuore che batte, deraglio di ragione,

(poi ricomposte in prosodie retrò).

nota biografica

mi piace la parola primitiva
concreta sonora lineare
che arriva diretta dall’infanzia
dalla testa del poeta provenzale.

delle cose mi piace il cominciare
(sono da sabato del villaggio)
non sono una poeta intellettuale
festeggio il ferragosto e il natale

il 25 aprile e il primo maggio.
se una cosa mi piace io la faccio
e vada un po’ come deve andare.

la domenica, dopo il baccanale,
se mi sale la nostalgia
metto un po’ di sale sulla rima

sulla terzina supplementare;
il sonetto lo acchiappo per la coda
e subito risale l’allegria.

adriano

mi è sempre piaciuto stare al telefono
e dare una mano a quelli che erano tristi
tristi cani piccoli in una pozzanghera
topi nelle botole caramelle non scelte
reduci in tuta sulle panchine
persi nelle parole delle costellazioni
la domenica pomeriggio nella ghiaia


mi è sempre piaciuto ascoltare 
il suono della voce che non recita
quando un po’ ubriaca o un po’ innamorata
o davvero disperata o molto triste
molla la dizione la chiarezza
diventa nuda e prende la cadenza
un po’ di accento delle nonne
dei tuoi antenati e della loro fatica
diventa così tenera e in disarmo
gatto bianco con un campanellino al collo


e fu così che 
unendo il grande spirito umanitario
con la passione dell’ascolto telefonico
diventai volontaria del telefono amico
torino millenovecentonovaticinque
uno scatto urbano su tutto l’italico suolo
trecentosessantacinque giorni l’anno
all’avanguardia dell’orecchio al prossimo
sulle barricate contro la solitudine
radiocomandati da don bosco


il turno più duro era quello della mattina
perché se già all’alba
senti il bisogno di chiamare il telefono amico
non hai più nessun dio da pregare
né monete per il caffè
non hai neanche parole
e infatti molte telefonate erano mute
e per reggere quei silenzi di prima mattina
quei silenzi di domenica luterana negli orfanotrofi
di bunker caduti sulle spiagge bretoni
dovevi fare appello a tutti i gatti che avevi visto
a ogni arcobaleno a ogni ciglia sbattuta
dagli occhi timidi di chi ti aveva adorato


al pomeriggio chiamavano i segaioli
presi dal demone meridiano
e dalla chimera dello scatto urbano
più conveniente delle linee hot
erano gli anni novanta ricordiamolo
gli anni delle seghe telefoniche
e delle bollette milionarie
di intere pensioni di madri macilente
finite nei caveau di santa SIP
per colpa di quarantenni imbelli e rattusi
senza coraggio né denaro per andare a puttane


la sera e la notte erano i momenti più belli
c’era il silenzio il ronzio degli apparecchi
qualche zanzara e i primi vegani
(torino è sempre stata all’avanguardia)
che mi sgridavano quando ne uccidevo una
ma poi erano anche gentili
e mi passavano i baracchini con il tofu


al telefono potevo risponderti io
che ero una poetessa con la erre moscia
i capelli lisci e la passione dello zodiaco
o un vegano avanguardista
o giorgio che aveva uno spiccato senso dell’umorismo
e anche lui la erre moscia
che gli avevo spiato la data di nascita nella carta d’identità
e una volta, mentre masticavo il big babol,
gli avevo chiesto: ma tu a che ora sei nato?
perché volevo sapere tutto di lui
del suo tema astrale di come era
e magari parlargliene di notte
in una lunga telefonata
perché, forse l’ho già detto,
a me piaceva molto stare al telefono
e dare una mano a chi era triste
o a chi non si era accorto di qualcosa di importante
di qualche tratto fondamentale della sua personalità


in quelle notti in cui tutto doveva ancora succedere
sospesi nel buio 
nel palmo morbido delle attese
sopra di noi i cieli la solitudine degli altri
una parola gentile che cadeva 
monetine nel juke box di via tunisi
in quelle notti chiamava adriano
che aveva la voce più bella e disperata
la voce più bronzea e rottamata
un vagone in deraglio sul ciglio di un burrone
una scatola nera in mezzo al deserto texano
ti parlava degli extraterrestri e della sua ragazza
di un tappeto persiano prezioso
di tutti i dettagli che rendono l’ora luminosa


l’avrei ascoltato tutta la vita
la mia sherazade torinese
le mille e una notte dal bordo del divano
avrei voluto chiedergli di che segno era
e anche l’ascendente
ma mi sembrava una domanda scema
e rimandavo sempre
per la paura di rompere l’ordito del racconto
di sciupare il velluto della voce 
i modi di dire il suo vocabolario

poi non ha più chiamato
secondo me era sagittario

la ballata delle vecchie amiche

le vecchie amiche le ritrovi al bar
frivole licantrope allo specchio
cercare di stanare un vecchio sogno
con la punta arrugginita di un bastone.
tra le braccia un bimbo e una bottiglia.
ti vedono e sbattono le ciglia
anche tu qui? chardonnay e minias!
e accennano un abbraccio rallentato
alzando il calice, ma il polso slogato
ricade a vuoto e il cuore è frantumato.
ti guardano, ti portano allo specchio
per mano, c’è qualcosa che non quadra:
un giorno un solo sguardo vi bastava:
ed era ouverture della gazza ladra
molti rulli di tamburi e frenesia
di ogni pessimismo l’amnesia.
cadaveri brillavano sul fiume
e al vostro incedere sfarzoso
pandillas che abbassavano le piume.
ma ora che è cambiato il panorama
c’è neve sporca, gabbiani, bitume
come nel video di quell’orsa polare
martire del riscaldamento globale
che si aggira nella steppa siberiana
senza cibo né sapere dove andare.

anche voi così accaldate nell’oggi
di questa sera senza lupi né vento
nessun ululato a trasalirvi
dallo specchio il verdetto violento
e niente di importante più da dirvi.

le mamme delle poete

le mamme delle poete si siedono sul divano,
è tardo pomeriggio e aspettano le figlie.
le vedo dalla cima di una stella;
accendersi una sigaretta, farsi un bicchiere,
incrociare e scrociare le gambe,
girare gli anelli, mangiarsi le unghie.

le mamme delle poete sono inquiete,
è tardo pomeriggio e aspettano le bimbe,
poete appunto, non luminari della scienza,
né capitane d’industria né avvocati,
non donne che sanno organizzarti una casa,
una vacanza, un veglione per cento persone,
poete appunto, inabili alla vita,
perennemente offese dalla durezza della realtà,
le vene azzurrate da micro apocalissi,
e una passione smodata per le ciliegie sotto spirito
(ma niente soldi per il dentista).

nell’attesa che le separa dalla visita
si chiedono veloci dove hanno sbagliato,
le rivedono in stellina dentro i cieli,
quando erano soltanto puro desiderio
senza ombra di dubbio, e una felicità,
morbida e tiepida, dalla nuca profumata,
quando dicevano le cose buffe a tavola
e aspettavano sveglie i topini dei denti.

forse le avevano allattate poco
o lasciate troppo davanti alla televisione,
saranno stati i campi steineriani?
o la sopravvalutata pedagogia montessoriana?
più acqua? meno acqua?

più luce, madre mia, ancora sulla terra.

le mamme delle poete sembrano marat,
nel celebre quadro al british museum,
o vecchie ofelie preraffaellite,
nel famoso dipinto alla tate gallery,
sdraiate sui cuscini del divano,
confuse con i fiori dei tessuti,
il vino rovesciato lungo i polsi,
allorché queste figlie poete,
(un tempo così brillanti e allegre,
un tempo così belle e in salute),
si mettono comode, si tolgono le scarpe
e raccontano di problemi esistenziali,
o di come si sono fatte fottere marito e lavoro
da qualche campionessa più giovane e grintosa
(qualche campionessa la cui madre avrà allattato meglio
e di sicuro cucinato tutte quelle torte
che nell’abbaglio delle loro giovinezze
loro mai si sono sognate architettare).

le mamme delle poete reagiscono
ognuna a suo modo alla cattiva sorte,
se sono di indole frivola
partiranno per un lungo viaggio,
per un tour di shopping compulsivo,
che neanche elton john nei momenti più bui.
se sono inclini alla saccenza
chioseranno “l’avevo capito da quella poesia”
(le mamme delle poete infatti,
anche se hanno perseguito studi umanistici,
tendono a leggere l’opera delle figlie,
con approccio gossipparo,
una sorta di infinita Eva Tremila).
se propendono per il lugubre
si chiuderanno in un atroce silenzio
e puzza amara sarà, over and over,
fino ai prossimi natali.

le rivedono in stellina fluorescente,
ballare a ferragosto sulla spiaggia,
così carine nei loro costumi di sirena,
così della vita fiduciose,
pescioline nel brillare della luna,
di ogni marea, di ogni compleanno,
di ogni adorazione del piedino
(tutti gli altari d’oro dell’infanzia).

forse le avevano allattate troppo,
o quella volta giù dal fasciatoio,
sarà stata la baby sitter ninfomane?
o i racconti horror della zia?
più vino? un po’ di vino?

più luce madre mia, ancora sulla terra.